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Un progetto nel segno di Dante che rende omaggio all’imprenditoria femminile

Si conclude quest’anno, con le opere dedicate al Paradiso, il percorso creativo iniziato con l’Inferno e il Purgatorio che le mosaiciste associate alla CNA di Ravenna hanno voluto realizzare e dedicare a Dante e alla Divina Commedia nel corso delle ultime edizioni della Biennale del Mosaico. 

Un progetto avviato a Ravenna nel 2017 che, a partire dal 2021, ha visto il coinvolgimento delle artiste e artigiane fiorentine CNA, che hanno reso omaggio al Sommo Poeta reinterpretando il dipinto “La Divina Commedia illumina Firenze” di Domenico Michelino, creando un ideale mosaico con le loro opere e realizzando un unicum con le artigiane/artiste ravennati. 

Si è concretizzato così un percorso che ha voluto unire le due città fondamentali per Dante, Ravenna e Firenze, con la realizzazione della mostra “Beatrice racconta Dante” esposta alla Biennale del Mosaico di Ravenna e a Firenze, a Palazzo San Firenze e a Fortezza da Basso. 

La Biennale del Mosaico rappresenta un evento importante per Ravenna per valorizzarne il ruolo di capitale del mosaico attraverso un’arte antica che può essere interpretata in tante declinazioni da quella puramente artistica, a quella artigianale, a quella del restauro, a quella della formazione, ognuna con pari dignità e valore, tutte facce di una stessa medaglia che contribuiscono alla promozione artistica, culturale e turistica. 

L’arte e l’artigianato sono diventati ambasciatori del territorio, portando le imprenditrici a farsi conoscere e promuoversi nei diversi mercati, creando sinergie.  

Il progetto è stato anche motivo per rendere omaggio e valorizzare l’imprenditoria femminile, tassello importante dell’imprenditoria italiana: sono infatti tutte donne le artigiane e artiste coinvolte.  

Le loro esperienze, nell’ambito di questo progetto, sono state magistralmente raccolte e raccontate nel documentario voluto e commissionato da CNA Impresa Donna dal titolo “Tanto gentile e tanto laboriosa pare”. 

Marcello Monte
Presidente della CNA comunale di Ravenna 
Nicoletta Cirelli 
Presidente CNA Impresa Donna Ravenna 

La poesia, discesa nell’abisso e viaggio siderale

Andare all’Inferno e tornare dall’Inferno: facile la prima impresa, difficile la seconda. Virgilio, che nel Medioevo aveva fama di poeta e di mago cioè di saggio dotato di spirito profetico, scrive che Enea, sceso all’Averno, ascolta i consigli della Sibilla Cumana che così lo ammonisce:…è facile la discesa in Averno; la porta dell’oscuro Dite è aperta notte e giorno; ma ritrarre il passo e uscire all’aria superna, questa è l’impresa e la fatica. 

Dante, perduto nella selva oscura, è invece colui che per vivere su questa terra deve scendere agli Inferi e salire in Cielo. Virgilio poeta e Beatrice, donna amata e trascendentale che conduce a Dio, insieme al mistico Bernardo sono le guide che nella fictio poetica lo conducono. Il viaggio, però, comincia per intercessione e iniziativa di una donna, Maria, la madre dei viventi, che prega Lucia che, a sua volta, prega Beatrice di soccorrere il poeta smarrito e assediato dalle fiere della concupiscenza degli occhi e della carne e dalla superbia della vita. 

Maria precorre il suo dimandare mentre egli è impaurito e smarrito. D’altro canto Beatrice, figura dell’amore umano e divino insieme, sollecitata da Lucia, si rivolge a Virgilio e parla mossa da amore che la fa parlare. Ella non teme di scendere all’Inferno, nel Limbo (la simbologia è cristologica) per chiedere a Virgilio di guidare Dante fin dove la ragione può giungere, cioè fino al recupero di una volontà disfrancata dalla cupidigia. 

Non teme poiché “Temer si dee di sole quelle cose / c’hanno potenza di fare altrui male; / de l’altre no, ché non son paurose” (If II, 88-90). Beatrice non teme, anzi dichiara d’esser “fatta da Dio, sua mercé, tale, /che la vostra miseria non mi tange, / né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale” (If II, 91-93). 

Donna è gentil nel ciel che si compiange 
di questo ‘mpedimento ov’ io ti mando,  
sì che duro giudicio là sù frange. 

La Commedia è dunque un cammino d’amore e di giustizia, un viaggio e un tribunale nel quale, all’indomani della redenzione operata dall’amore di Cristo, si celebra il processo a quelle azioni degli uomini che sono perfettamente volontarie (“volontarie operazioni”) cioè determinate dalla libertà dell’uomo (come Dante spiega nel quarto libro del Convivio). La poesia è la più alta forma di conoscenza profetica, come lo era per i Greci, ed è capace di penetrare il dramma della libertà dell’uomo e gli abissi dell’insondabile giustizia divina, ma è anche capace di illuminarne l’agire dell’uomo e aprirgli una strada: una “scala a Dio” come scriveva, pur dubitando, Eugenio Montale in Siria, diversa e anzi opposta alla “mozza scala di Jacob” di cui scrive Zanzotto nella sua Ecloga IX. 

All’incrocio dei generi letterari, Dante immagina e descrive minuziosamente la topografia dell’Aldilà, indaga la natura umana, analizza la società del suo tempo in tutte le sue articolazioni, la geografia della terra e i cieli del cosmo aristotelico-tolemaico ai quali, dopo aver aggiunto il cielo dei teologi (l’empireo), cambia l’ordine delle scienze che a questi cieli corrisponde. Nella sua rivoluzione (Gilson) Dante pone la filosofia morale come ultima scienza poiché è quella che tutte le altre scienze ordina e che presiede all’agire dell’uomo. L’uomo e il suo trasumanare in virtù della croce di Cristo è il punto di partenza (nella selva oscura) e di arrivo (nella visione della Trinità) del cammino della poesia dantesca che già Boccaccio considerava essere una esperienza straordinaria. 

Nel Trattatello in laude di Dante (1362) Boccaccio racconta il sogno che ebbe la madre di Dante quando era gravida: “Vide la gentil donna nella sua gravidezza sé a piè d’uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana, partorire uno figliuolo, il quale di sopra altra volta narrai, in brieve tempo, pascendosi delle bache di quello alloro cadenti e dell’onde della fontana, divenire un gran pastore e vago molto delle frondi di quello alloro sotto il quale era; a le quali avere mentre che egli si sforzava, le parea che egli cadesse; e subitamente non lui, ma di lui uno bellissimo paone le parea vedere. Dalla quale maraviglia la gentil donna commossa, ruppe, senza vedere di lui più avanti, il dolce sonno” (cap. XXVIII). Nel sogno, Bella degli Abati immagina di partorire un bimbo e di vederlo trasformarsi in pavone. Il pavone sarebbe un’allegoria della Commedia: la sua carne incorruttibile e profumata ne indicherebbe il senso letterale, le penne lo straordinario racconto del viaggio nel regno dei morti; le zampe e l’andatura, la lingua volgare e lo stile comico; il suo inquietante verso, infine, alluderebbe alla funzione di monito che i versi del poema hanno nei confronti dei mortali. 

Nei secoli successivi la poesia della Commedia assunse sempre di più un valore civile e una funzione normativa e pedagogica, quella stessa funzione che di solito è appannaggio della legge umana (diritto) e di quella divina (giustizia). Dante, infatti, sarà considerato alla stregua di un evangelista (“scriba Dei” per Charles Singleton) e avrà la doppia investitura di poeta-teologo e di poeta-civile come appare nell’affresco del Palazzo dei Giudici e dei Notai di Firenze e nel dipinto di Domenico di Michelino. 

In questi ritratti, e specialmente nella figura intera di Domenico di Michelino, il poeta è rappresentato attraverso la traslazione dell’iconografia tipicamente riservata ai soggetti sacri. Egli compare raffigurato al modo di un evangelista mentre sorregge tra le mani, aperto e rivolto ai concittadini, il volume della sua Commedia alla quale è affidato il compito di “rimuovere i mortali in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità” (Ep. XIII primo commento della Commedia attribuibile a Dante almeno per la prima parte). 

All’autore del poema sacro spetta il compito di “ordinare” e giudicare le azioni degli uomini essendo egli il legislatore che conosce l’antica legge di Dio e il suo compimento in Cristo ma anche alla luce della legge degli uomini (la Ragione scritta canonica e civile). Il poeta codifica un “ordinamento morale” entro il quale l’uomo conserva il dono della libertà e può nell’esercizio di tale prerogativa per male aver lutto e per bene aver letizia. 

Il poema sacro è dunque un grande giudizio universale che inizia dalla descrizione del male del mondo e si conclude con la visone di Dio. Dante, pur dichiarando di non essere né Paolo, né Enea, è l’agens (colui che andando si perfeziona) che, in quanto pellegrino, usa la discrezione per discernere il bene e il male e contemplare il vero, e che, in quanto autore, racconta questa visione in poesia. La struttura numerica, come tutta l’architettura del poema, è allegorica e indica la totalità del creato e dell’esperienza: cento sono i canti, disposti in tre cantiche di trentatré canti più un proemio generale che svolge la funzione di accessus. La terzina dantesca, o incatenata, è l’espediente retorico con il quale Dante emula il processo infinito della creazione e lo spirito trinitario che la anima. L’ordinamento morale dell’Aldilà dantesco è comunque informato alla Giustizia e alla Misericordia di Dio. Il sistema penale che vige all’Inferno è regolato dalla legge del  contrapasso, in Purgatorio è modulato in base all’amore d’animo e alla sua errabilità (per troppo e manco di vigore o per malo obiecto); in Paradiso si fonda su un sistema equitativo e proporzionale: la gloria di Dio piove dall’alto e si comunica all’uomo nella misura in cui egli è capace di accoglierla, nel rispetto delle circostanze, degli impedimenti e soprattutto della sua libertà, il maggior dono che Dio gli fece. 

Claudia Di Fonzo
Docente di Diritto e letteratura presso l’Università di Trento