Tradizione artistica, artigianato e cultura d’impresa: I laboratori del mosaico associati alla CNA
L’eccellenza artistica e culturale di Ravenna è indissolubilmente legata al mosaico. La città sperimenta il legame identitario con il mosaico in un profondo e articolato dialogo tra patrimonio e produzione contemporanea che vive grazie ai laboratori dei mosaicisti, i centri del restauro e le istituzioni di studio e formazione, una sintesi unica di passato e presente.
La CNA di Ravenna continua a lavorare a fianco dei mosaicisti che, ogni giorno, nelle botteghe tramandano l’antichissima tradizione musiva. Si tratta di veri e propri centri culturali ed artistici, nei quali, oltre a restaurare e studiare, si produce il mosaico moderno e si fa arte contemporanea; un unicum di sapere e competenze che fanno di Ravenna la capitale mondiale del mosaico.
Questo progetto nasce come libera e originale testimonianza di un artigianato che diventa arte, attraverso le opere di undici mosaiciste che vanno ad arricchire il panorama artistico e culturale del nostro territorio.
La diffusione di questi importanti valori fra le giovani generazioni, inoltre, caratterizza da sempre il nostro progetto, all’interno di un processo di orientamento alla cultura d’impresa e, più in generale, a percorsi di avvicinamento dei giovani al mondo del lavoro.
Questo evento è uno dei tanti progetti di qualità che la CNA di Ravenna sta promuovendo, con lo spirito di valorizzare il mix di offerta che il nostro territorio è in grado di esprimere, anche in chiave di sostegno allo sviluppo turistico.
Marcello Monte
Presidente CNA Comunale di Ravenna
La Commedia di Dante alla luce del mosaico
Nel percorso di avvicinamento alle celebrazioni per il VII centenario della morte di Dante Alighieri, che avranno luogo nel corso del 2021, Ravenna si prepara a riaffermare la consapevolezza del debito che la civiltà italiana tutta ha nei confronti di Dante.
Per marcare il profondo nesso culturale e civile che lega la città al sommo Poeta, i Mosaicisti di CNA hanno sviluppato un’iniziativa che s’inscrive nel solco del commento visivo alla Commedia, mettendo in relazione due forti simboli dell’identità ravennate: Dante e il mosaico.
L’estetica visuale dell’età antica e tardo-antica considerava la descriptio poetica come eccelsa forma d’arte: nell’Ekphrasis, Paolo Silenziario dava un’accurata e al contempo immaginifica descrizione di Santa Sofia in versi, ancor oggi la testimonianza più autorevole dell’aspetto originale dell’apparato decorativo di quel grandioso tempio voluto da Giustiniano.
Da più parti si ritiene che Dante – che visita Ravenna già nel 1303 e nel 1310, per poi stabilirsi definitivamente in città con tutta probabilità nel 1317 – abbia composto a Ravenna parte del Purgatorio e tutto il Paradiso.
Come non ipotizzare che le sfolgoranti visioni della Divina Commedia siano in parte descrizioni sublimate delle preziose decorazioni musive tardo-antiche che certamente Dante vide in città?
Del resto già il Pascoli sottolineava la rilevanza dell’arte musiva ravennate come fonte ispiratrice dell’ultima Cantica della Commedia.
Gli esempi di richiami, ancorché sottili e trasfigurati, alla tecnica e alle rappresentazioni iconografi che e simboli che dei mosaici ravennati nei versi del Poema, sono documentati da alcuni saggi autorevoli1 e altri se ne possono aggiungere: qui se ne riportano solo alcuni particolarmente interessanti.
Nel canto VII del Purgatorio, vv. 73-78, si legge: “Oro e argento fi ne, cocco e biacca / indaco, legno lucido e sereno / fresco smeraldo in l’ora che si fi acca / da l’erba e da li fi or, dentr’a quel seno / posti, ciascun saria di color vinto, / come dal suo maggior è vinto il meno”. Dante sembra fare un preciso riferimento ai raffi nati valori coloristici delle composizioni musive.
Nel verso 80 del canto XX del Paradiso Dante riporta che il dubbio lo rese “li quasi vetro a lo color ch’el veste” e sembra alludere a una tessera di vetro trasparente, ricoperta di una lamina aurea o argentea. Nel canto XXIX, vv. 142-145, Dante descrive la Gloria di Dio: “Vedi l’eccelso omai e la larghezza / de l’etterno valor, poscia che tanti /speculi fatti s’ha in che si spezza / uno manendo in sé come davanti”, una Gloria divisa dunque in tanti specchi,(speculi) nei quali essa, riflettendosi, amplifica la propria larghezza, rimanendo una sola entità. Un effetto delle partiture musive ravennati con le tessere inclinate a catturare tutte le luci.
Nei versi 70-75 del canto XXIII del Paradiso Beatrice così apostrofa il poeta: “Perché la faccia mia sì t’innamora, / che tu non ti rivolgi al bel giardino / che sotto i raggi di Cristo s’infi ora? / Quivi è la rosa in che ‘l verbo divino / carne si fece; quivi son li gigli / al cui odor si prese il buon cammino”. Sembra quasi di vedere con gli occhi di Dante il catino di S. Apollinare in Classe, dove sbocciano gigli e cespugli di rose sotto la luce della trasfigurazione.
Ma tanti altri sono i riferimenti iconografi ci rintracciabili nei versi della Commedia come le candelabre che separano gli Apostoli nel Battistero Neoniano (“sette alberi d’oro”), o i troni dell’Etimasia, nella fascia decorativa sottostante, che potrebbero aver ispirato a Dante i “Troni del triunfo etternal” (Paradiso V, vv. 115-116).
E poi le visioni dei “due archi paralleli e concolori” di anime beate (XII, vv. 10-11, 19-20), ispirate forse ai sottarchi con immagini clipeate della Cappella Arcivescovile e dell’arco trionfale della chiesa di S. Vitale.
Date queste premesse, i mosaicisti hanno dato vita a un progetto che si misura con temi e simboli iconografici tratti da tutte e tre le Cantiche del Poema, partendo con l’Inferno nel 2017 e pianificando già ulteriori confronti con il Purgatorio e il Paradiso a cadenza biennale.
Il gruppo si è mosso all’unisono con la piena condivisione delle scelte operative, senza ripetizione di soggetti e senza vincoli alla libertà interpretativa. Si presentano qui dieci opere musive che rappresentano le emozioni e le suggestioni esercitate dai versi dell’Inferno sul singolo artista.
Dal primo Canto dell’Inferno Lea Ciambelli trae Le tre fiere, immerse in un paesaggio desolato, tagliato da un cielo nero, con un lupo scheletrico e minaccioso in primo piano, mentre Luciana Notturni con La Selva Oscura rappresenta, con un ordito regolare e sottilmente angosciante, una macchia aspra di alberi nudi, incombenti e senza varchi possibili. Cecilia Travaglia con Caronte, trae spunto dall’incontro di questi con Dante nel terzo Canto, per creare un’opera tridimensionale, un teschio prezioso, simbolo di vanitas, di confine e di passaggio, che rappresenta una delle anime traghettate sull’Acheronte. Arianna Gallo trasforma i due innamorati dannati per l’eternità del quinto Canto, in chiave contemporanea: Paolo & Francesca, sono i protagonisti di un tatuaggio stile anni ’50, la loro passione diventa un segno indelebile sulla pelle. Barbara Liverani dal Canto sesto, terzo cerchio, riproduce su lastra scabra di cemento Pioggia nera: una pioggia scura e incessante mista a grossa grandine e neve, in cui sono immersi i Golosi, retrocessi al rango di bestie che si nutrono di fango. Nel medesimo cerchio si trova Cerbero “fiera crudele e diversa” simbolo di ingordigia, che latra da tre teste sui dannati sommersi nella fanghiglia: è interpretato da Silvana Costa come una bestia mostruosa simile a un cane tricefalo, con occhi gialli e unghie affilate, in un’opera tridimensionale.
Il Canto settimo dell’Inferno si svolge nel quarto e nel quinto cerchio, ove sono puniti rispettivamente gli Avari e i Prodighi e gli Iracondi e gli Accidiosi. Elisa Brighi ed Evelina Garoni con Pape Satàn pape Satàn aleppe alludono alla pena dei primi, focalizzando però l’attenzione sulla figura di Pluto, in sembianze umane, con un sapiente gioco di tessellato, alternato a tratti di china e acquerello: è lui che all’inizio del canto lancia la misteriosa invocazione a Satana. Nel cerchio seguente lo Stige ribolle di dannati che si percuotono con tutto il corpo, sono gli Iracondi e accidiosi, il tema trattato da Ivana Roberta Ciuti concentrando l’azione drammatica su due corpi in lotta che emergono dalla palude nera.
Anna Finelli con La fossa del Flegetonte rappresenta il fiume di sangue del Canto dodicesimo, con un andamento sinuoso, in cui occhieggiano disperatamente i suppliziati sorvegliati da un Centauro incombente. Maria Maddalena Quattrocchi, ispirandosi ai Canti 21, 22 e 23, raffigura I Diavoli di Malacoda, i Malebranche, che suggeriscono frodi e inganni a una figura maschile e una femminile, disposti a mezzi busti speculari, con stile e sembianze tratte dai graffi ti contemporanei.
Il Progetto si completa con un percorso fra botteghe e luoghi espositivi ove vengono collocate le opere musive. Questa iniziativa s’inscrive nel programma di Ravenna Mosaico, Rassegna di Mosaico Contemporaneo, a cadenza biennale, ed è pensato in sinergia con il Ravenna Festival, che prevede nel proprio repertorio rappresentazioni e performance in onore di Dante, in vista dall’evento conclusivo nel 2021. Mimmo Paladino ha recentemente affermato che: “La Divina Commedia è un enorme affresco in cui è difficile immergersi la prima volta, ma una volta immersi è impossibile staccarsi. È un testo mai monocorde che dal punto di vista figurativo e drammaturgico offre un’infinità di personaggi e situazioni che possono esprimere al meglio il segno”.
